Economia, federalismo fiscale e giustizia. Ci sono tre dossier aperti sull’agenda del premier che necessitano di risposte rapide, organiche e condivise. Rapide poiché il paese non può attendere oltre la creazione di misure capaci di fronteggiare seriamente il declino sistemico dell’economia globalizzata da un alto e quelle croniche e ataviche di un sistema paese arretrato e sempre meno competitivo. Rapide perché la Lega sul federalismo e sulla rapidità della sua attuazione ha messo in gioco la sua credibilità di fronte all’elettorato del nord. Rapide perché il premier non si accontenta della vittoria ottenuta con l’approvazione del lodo Alfano, ma pretende di riportare le lancetta della storia a prima del 1992 nell’equilibrio fra potere esecutivo (e legislativo) e quello giudiziario, in modo di proseguire la legislatura senza il patema di un nuovo assalto giudiziario. Allo stesso tempo le risposte che il governo sembra volere dare appaiono di fatto organiche e di sistema, in quanto su tutti e tre i dossier quella che si annuncia è una vera e propria rivoluzione copernicana, figlia di dottrine politiche propugnate con forza dai tre maggiorenti (Tremonti in economia , Bossi sulle riforme e Berlusconi sulla giustizia) del governo. In economia Tremonti spinge per una visione meno mercatista e neoliberista, riportando la politica a dettare le regole nei consessi internazionali e recuperando margini di manovra nei confronti del mercato e dei sui illuminati profeti e propugnando un periodo di tagli e razionalizzazioni della spesa per consentire al debito pubblico di calare nella misura attesa dal patto di stabilità. Sul federalismo la Lega ha a portata di mano il coronamento di un progetto politico nato oltre 20 anni fa e passato attraverso diverse fasi (secessionismo, autonomia, federalismo) e che oggi nella definitiva visione di un federalismo fiscale e solidale all’interno della riconosciuta unità della nazione trova la sua sintesi e il suo riconoscimento politico da parte non solo della maggioranza ma anche della opposizione rappresentata dal PD. Sulla giustizia il premier desidera rivoluzionare in modo profondo la struttura operativa della magistratura, depotenziandone il ruolo di organo capace di influenzare il corretto processo politico/elettorale. La capacità del governo si misurerà anche nella capacità di dare risposte condivise a questi tre temi. Condivise dalla società, dalla opinione pubblica, dalla opposizione, dai poteri coinvolti. La sfida è ardua e la forza dei numeri potrebbe convincere la maggioranza a cercare la rapida via delle scelte solitarie. Del resto l’attesa fase del dialogo si è sciolta come neve a sole e ad oggi non appaiono esserci, nonostante i messaggi di D’Alema e Violante, gli spazi per una convergenza. Se rapidità e organicità sembrano essere parametri indispensabili nell’affrontare i tre dossier, quello della condivisione più ampia possibile potrebbe essere il parametro da sacrificare sull’altare dell’interesse di parte.
Secondo l’osservatorio elettorale di Digis-SkyTG24 del 14 luglio l’Italia dei Valori regista nel dopo Piazza Navona un vero boom elettorale che porta il partito di Di Pietro dal 6,9% al 7,8% quasi il doppio del risultato di aprile alle politiche (4,4).Il Partito democratico al 28,1% si conferma secondo Digis in grande sofferenza, sotto di 5% rispetto alle politiche. La coalizione che fa capo a Veltroni grazie a Di Pietro totalizza un +1% dal 35 al 36% comunque sotto al 37,5 ottenuto alle politiche. La colalizione che fa capo al Premier Silvio Berlusconi è per Digis al 50,7% nettamente al di sopra delle politiche. Il Popolo delle Libertà incrementa in questa settimana di quasi mezzo punto, da 41,8% al 42,2%, stabile la Lega al 7,5% come il Movimento di Raffaele Lombardo allo 0,9. La Destra di Francesco Storace passa da 2,1 all’1,7%, l’Udc dal 4,2 al 4,8% e la Sinistra Arcobaleno dal 4,5 al 4,2%. (fonte clandestinoweb.com)
È stato arrestato il primo governatore eletto direttamente dal Popolo della storia Repubblicana. Ottaviano Del Turco del Partito democratico da ieri sera è in carcere a Sulmona. In isolamento assoluto. I PM di Pescara lo ascolteranno solo al termine di una fase di alienazione della durata di 72 ore, per effetturare il cosiddetto interrogatorio di garanzia. Oggi ad un giorno di distanza dall’arresto sul sito del Partito democratico questo evento epocale per la storia del paese e del partito, con tutto quello che ha prodotto e produce in termini di commenti e prese di posizione politiche, semplicemente non esiste. Come se non fosse avvenuto.
“Andiamo soli per essere liberi”. L’appello di Spello di Veltroni è da considerarsi il crocevia dal quale trae origine il presente e il futuro della politica italiana. Quella frase ha scatenato un meccanismo prima di attese e di speranze e poi ha realmente prodotto una accelerazione del sistema politico nazionale. In particolare sulla rappresentanza parlamentare (soli 5 gruppi alla Camera) e sulla prassi costituzionale (nomina del premier senza riserva). I frutti prodigiosi di quella frase, nata dalla volontà di traghettare il paese fuori dalle secche dello scontro ideologico basato sulla figura di Silvio Berlusconi, gli ha raccolti e continua a raccoglierli solo il leader azzurro, premier di un governo bipartitico (PDL e Lega Nord). Veltroni sconfessando quella frase e siglando l’intesa con Di Pietro ha costruito le premesse per l’attuale caos che travaglia la frastagliata opposizione parlamentare. La rottura con Di Pietro da parte di Veltroni non ci sorprende, è nelle cose. È piuttosto l’intesa elettorale fra Pd e IDV che resta avvolta nel mistero. È un passaggio della vita politica nazionale che dovrà essere indagato. Perché il PD di Veltroni promise il sogno visionario e immaginifico di una corsa solitaria e maggioritaria, rinunciando ad intese con i socialisti e con la Sinistra Arcobaleno, per poi velocemente stringere un accordo di coalizione con Di Pietro, lasciando all’IDV la agognata presenza del simbolo elettorale nella scheda, sotto l’ala protettrice dell’alleanza con il PD? Senza l’alleanza l’IDV avrebbe raccolto lo stesso consenso? Avrebbe superato la soglia del 4%. Sarebbe entrata in Parlamento?
Oggi registriamo la rottura del dialogo fra maggioranza e opposizioni, la frammentazione assoluta delle minoranze (UDC, PD e IDV ognuna con una propria e autonoma strategia), la delegittimazione della massima istituzione di garanzia da parte di forze parlamentari.
Veltroni si deve fare carico politicamente di questa situazione: la sua maggiore responsabilità discende dal semplice fatto di aver tradito la sua stessa dottrina maggioritaria. Non solo a causa di quell’accordo ha perso la libertà di inseguire il proprio sogno maggioritario, ma anche la possibilità di perseguire la strada della costruzione di un nuovo sistema costituzionale condiviso sul quale lanciare la prossima sfida elettorale al centrodestra.
Oggi le macerie che affliggono il campo della minoranza sono la lineare conseguenza della incapacità di portare a compimento non solo la promessa della corsa solitaria e maggioritaria del PD, ma soprattutto la promessa di chiudere una fase di transizione della politica italiana. Questa pagina si può chiudere e lo si sapeva bene anche nel marzo scorso, solo ponendo termine allo scontro fra il potere esecutivo e quello giudiziario, ristabilendo un equilibrio che dal 1992 è stato alterato. Questo passaggio non si poteva e non si può realizzare con l’avallo di Antonio Di Pietro. Veltroni alleandosi con l’IDV ha di fatto dimostrato che non era in grado di poter contribuire a questo progetto. Oggi il governo Berlusconi, con il lodo Alfano, da solo e con l’avallo impeccabile della Presidenza del Repubblica, chiude questa pagina.
Nel monitoraggio settimanale dell’Osservatorio Digis-SkyTG24 di questa settimana sono state rilevate anche le intenzioni di voto degli italiani. Questo è il primo monitoraggio dell’Istituto Digis dopo il voto del 13 aprile. Forte aumento dei pariti della maggioranza che complessivamente suoperano il 50% dei consensi. Crolla il PD al 28,2% e crece l’IDV al 7,8%. Flette l’Udc al 4,2%.
Oggi all’assemblea dell’Abi si è svolto ultimo scontro della disputa fra Tremonti e Draghi. Il Ministro della Economia e il governatore di Bankitalia sono i protagonisti di una guerra, più che personale, di sistema. Tremonti ha individuato nella sua dottrina antimercatista negli “illuminati” profeti della globalizzazione mondiale dei mercati il principale nemico dello sviluppo economico europeo e nazionale. Draghi di fatto rientra per Tremonti in questa ristretta cerchia di colpevoli.Lo scontro è di antica data, ma oggi grazie alle nuove responsabilità di governo di Tremonti e alle politiche subito messe in atto (Robin Hood Tax) e quelle annunciate (attuazione dell’art. 81 del trattato istitutivo della UE per contrastare le speculazioni azionarie sui beni di prima necessità e la proposta di una Nuova Bretton Woods grazie alla quale i governi nazionali si riapproprino della politica monetaria), si acutizza. Di fatto Tremonti è consapevole di agire in un contesto normativo europeo dove la politica monetaria è stata consegnata alla BCE (art. 107 Trattato di Maastricht) e la politica di bilancio si maneggia nel delimitato campo imposto dai vincoli europei del rapporto debito/Pil. Tremonti ritiene giunto il momento che la politica (monetaria e di bilancio) torni nelle piene disponibilità dei governi nazionali e si ponga fine al governo della tecnofinanza che ha caratterizzato l’ultimo decennio attraverso la globalizzazione dei mercati e cui effetti si stanno ripercuotendo come uragani sull’economia reale dei paesi occidentali, colpendo soprattutto i ceti medio/bassi a causa della perdita del potere di acquisto del denaro più che per dinamiche inflazionistiche interne per gli effetti endogeni (caropetrolio e carocibo).
La guerra è dunque di sistema, perché la crisi in atto è di sistema. Il collasso delle economie occidentali viene dato da alcuni discussi economisti non come una probabilità, ma come una evidente situazione in via di piena realizzazione. I tempi per evitare il peggio dunque sono stretti? Le risposte non potranno che arrivare comunque dopo l’insediamento della nuova amministrazione USA. Ma da qui a novembre prima (elezioni Usa) e a gennaio 2009 poi (insediamento), il sistema economico occidentale, ormai in evidente recessione, quali altri danni potrà provocare alla vita dei cittadini?
Il lato leghista di Tremonti, da tempo evidente, (i popoli come cuore pulsante delle società) sembra essere stato determinante in questa nuova visione antimercatista, ma allo stesso tempo non si spinge al punto di rigettare il percorso di unificazione europea tracciato dal Trattato di Lisbona. Occorre per Tremonti sì una regia globale, ma che non sia in mano ai tecnofinanzieri, ai banchieri, agli speculatori, agli illuminati, ma ai rappresentanti dei popoli. Un dato è certo, quelli che fino a pochi mesi fa erano temi portati avanti da alcuni dietrologi in rete e da movimenti chiaramente antisistema orano entrano di impeto nelle agende dei leader mondiali. Evidentemente consapevoli che il “sistema” sta per andare in tilt.
La strategia comunicativa berlusconiana in politica estera è convessa. Si piega e si adegua all’interlocutore di turno, fino a far combaciare i propri convincimenti con gli spigoli più ostici e acuti del suo interlocutore. La cordialità privata si dipana sino alla pubblica ostentazione del feeling. Ed così ieri pur di ricevere il franco sorriso di Zapatero, il vigoroso saluto di Sarkozy e il silenzioso apprezzamento vaticano Berlusconi ha pensato bene che una polemica mediatica con la Lega sarebbe stato il male minore rispetto a questa sua brillante rentrée sulpalcoscenicointernazionale. Del resto la tecnica di imputare all’informazione la colpa di avere mal compreso è ormai uno strumento ordinario nella gestione dei rapporti politici/mediatici del leader italiano. E non appaia solo un escamotage d’urgenza. Ieri Berlusconi ha usato una parola chiave nel suo intervento riferendosi al previsto reato di clandestinità inserito nel ddl del governo. Quella parola è “personale”. Berlusconi non ritiene personalmente che sia possibile prevedere il reato, tanto è vero che ha fatto spostare la previsione normativa dal decreto d’urgenza al ddl, demandato di fatto alla dialettica parlamentare la scelta sulla controversa questione. Oggi ha chiarito che comunque da premier ha firmato il ddl facendosi carico della sintesi trovata all’itenro del consiglio dei Ministri sul punto. Dunque nessun cambio d’opinione. Ambiguo? In gioco c’è da un lato il rapporto con la Lega, l’elettorato del nord e in generale l’attesa degli italiani di una azione decisa da parte del governo per estirpare la percezione dell’insicurezza. Dall’altro la ricerca di sponde internazionali e vaticane, in questi primi giorni del tutto assenti, anzi, che non possono mancare per costruire quel percorso da statista che Berlusconi vuole realizzare per coronare la sua avventura politica. In fondo più che una contraddizione appare la spregiudicata ma sagace scelta di un politico navigato che utilizza i diversi contesti dove è impegnato per cercare di ottenere il massimo risultato possibile. Ovviamente la stampa, dopo la precisazione odierna, già parla di retromarcia, di doppiezza. L’effetto comunicativo è certamente stonante. Berlusconi ha aperti molti tavoli: quello della maggioranza e del suo rapporto con il vasto elettorato che lo ha scelto; quello del dialogo costituente con l’opposizione; quello dei rapporti internazionali in particolare con i leader europei. Trovare una sintesi utile per non essere estromesso da nessuno di questi tre tavoli può passare anche attraverso l’utilizzo spregiudicato di sfumature semantiche. Ma il rinviare il momento della chiarezza potrebbe accrescere la delusione e la frustrazione di uno dei suoi interlocutori.
Il voto politico di aprile ha aperto nuovi scenari. Gli effetti sulla politica interna hanno già dimostrato di essere sostanziali. Prassi costituzionale innovata, chiarificazione del quadro della rappresentanza parlamentare, omogeneità programmatica del governo e legittimazione reciproca fra maggioranza e opposizione. Si è aperta una fase di dialogo fra le parti che consente di sperare nella modifica in senso europeo delle regole del gioco democratico. Ma tutto questo non basta a garantire al governo una azione esecutiva priva di disturbi. E i disturbi più significativi non sono quelli fisiologici della contrapposizione parlamentare (ad esempio la caduta del governo sull’emendamento salva Rete4), ma sono eterogenei, ma con un unico filo conduttore: l’ingerenza esterna. Come scrivemmo in un precedente postoccorre “Un governo che decida, che governi, che sia un grado di darsi una gerarchia e una agenda politica e che la detti al mondo della informazione e che non la subisca, capace di modificare in fretta anche il forte pregiudizio che permane nell’opinione pubblica e nei media internazionali”.
Prima la Spagna, poi il Vaticano e l’ONU sul tema della sicurezza, adesso la Germania sul dossier nucleare dell’Iran che pone il veto dell’ingresso dell’Italia nel gruppo 5+1. La partita si gioca in Europa, dove per fortuna sembra fare presa almeno il prestigio personale del ministro Tremonti, e nella rappresentanza che i media internazionali fanno del nostro paese. In gioco ci sono gli equilibri politici continentali in veloce evoluzione, ma soprattutto equilibri economici e sociali di portata strategica per il futuro del globo. La potenziale forza dell’esecutivo Berlusconi viene vissuta come un oggettivo pericolo da tutti coloro che in questi anni hanno goduto di posizioni di forza grazie proprio alla debolezza strutturale del nostro sistema politico ed economico. Dunque la critica preventiva all’Italia non nasce tanto a causa di una visione pregiudiziale sulla destra italiana, quanto dalla celata consapevolezza che un governo forte consentirebbe all’Italia di tentare di giocare non più di rimessa nei consessi internazionali politici ed economici. Per queste ragioni l’interferenza dialettica su scelte prese o da prendere dal nostro esecutivo da parte di esponenti di altri governi o di organizzazioni internazionali è parte di quel meccanismo complesso e convergente che tenta di “soffocare” la speranza della ripresa italiana. Occorre una sapiente regia per fronteggiare questa strategia tesa a lasciare il paese nel suo perimetro di arretratezza democratica ed economica.
Fermezza nella assunzione delle decisioni e apertura al dialogo per smascherare il pregiudizio. È necessaria una azione di radicale che parta da questi due pilastri per consentire la ridefinizione della percezione che all’estero si ha dell’Italia. Occorreranno certo anni per costruire questo processo. Ma per ottenere successi interni occorre che i disturbi dall’esterno siano ricondotti nell’alveo della fisiologicità, senza straripare il confine della ingerenza politica. Nell’agenda di Berlusconi sarebbe utile prevedere fra i primi interventi quello della creazione di un gruppo di azione per facilitare una corretta narrazione della società e della politica italiana. Un vero progetto di comunicazione, che potrebbe trovare nel moderno e corretto utilizzo della rete un plus vincente.
L’innovazione della prassi costituzionale nell’assegnazione (incontro informale prima delle consultazioni fra Napoletano e Berlusconi) e nella accettazione dell’incarico di governo (senza riserva e con immediata presentazione della proposta della lista dei ministri) è un segnale chiaro di come il sistema politico italiano abbia imboccato, già prima dell’esito elettorale grazie alla scelta maggioritaria del PD e del PDL, quella auspicata direzione di rinnovamento. Il nostro resta attualmente un sistema parlamentare puro in attesa di una riforma costituzionale della seconda parte della carta del ‘48, urgentemente sentita dai due maggiori gruppi parlamentari e ribadita ieri nuovamente da Veltroni, per rendere stabile e “costituzionalizzato” il nascente bipartitismo italiano. Ma intanto già la prassi costituzionale modificata in questi giorni grazie al combinato disposto della legge elettorale e dell’esito del voto popolare, compie evidenti innovazioni e quello che giurerà oggi è di fatto il primo vero e proprio governo del premier della storia repubblicana, con tutti gli aspetti positivi e negativi del caso, come sottolineato ieri dal Presidente emerito della RepubblicaFrancesco Cossiga. Un governo di caratura strettamente politica, senza bisogno di esterni o tecnici di garanzia, con un gruppo di ministri espressioni di due soli gruppi parlamentari (PDL e Lega). Grazieessione di partito lla carta del ‘legge elettorale vede eletti parlmetnari scelti preventivaemnte . al Presidente emerito Co proprio alla natura ristretta e omogenea della coalizione di governo e per la forte leadership del Presidente del Consiglio siprofila l’opportunità di avere un consiglio dei Ministri che non sia più un lungo di compensazione delle differenti anime del governo, ma un board direzionale dal quale dirige la macchina dello stato e dare gerarchia alle scelte esecutive da compiere, diretto in modo più autorevole dal presidente del Consiglio, che di fatto per innovazione della prassi potrebbe divenire un vero e proprio Primo Ministro (investito direttamente dell’elettorato e leader del partito di maggioranza sono di fatto i tratti tipici dei primi ministri dei diversi sistemi europei). Un governo, inoltre, che non solo gode di una forza parlamentare sostanziale, ma che per effetto della legge elettorale ha visto eletti parlamentari scelti e nominati preventivamente dai leader dei partiti oggi al governo e dall’attuale Presidente del Consiglio. Ci sono le condizioni “interne” per realizzare un processo di innovazione formale e di gestione concreta delle emergenze nazionali. Vi è la consapevolezza che lo stato dell’economia internazionale e gli stessi meccanismi macroeconomici limitano il campo delle scelte dei vari governi. Ma su questo tema l’attuale governo appare avere almeno una nuova teoria, quella antimercatista di Tremonti, sul come affrontare la situazione. Ci sono novità politiche e istituzionali interessanti che lasciano fra gli osservatori e i cittadini crescere una attesa di svolta. In caso di fallimento l’effetto per la politica in generale sarebbe disastroso.
È nata la destra italiana, nuova e vigorosa sotto la spinta di un voto popolare impressionante. Figlia di scelte politiche escludenti (senza i democristiani e senza i nostalgici della fiamma) e con identità politiche in via di definitivo assestamento, dopo il lungo tragitto che l’ha portata dalla caduta del muro di Berlino e la stagione di tangentopoli a questa definitiva consacrazione elettorale. Una destra populista, fondata sul carisma rigenerativo e aggregante del proprio leader. Una destra territoriale, che ha issato le bandiera della sicurezza e della “identità dei popoli” come vessilli sempre più riconoscibili da diversi strati sociali e territoriali anche al di fuori della mera rivendicazione federalista, evolutasi intanto da mera richiesta autonomista o secessionista ad una più raffinata modulazione fiscale a favore dei territori trainati per l’economia nazionale. E infine una destra, che orgogliosamente si richiama ad un’anima sociale e che nella vittoria di Roma ha trovato il palcoscenico dove poter mostrare la propria abilità amministrativa e il proprio ossequio istituzionale ai simboli e alle date della memoria repubblicane e antifasciste. Sarà una destra in grado di esprimere un governo totalmente politico, senza esponenti esterni o personaggi di tutela, come nei precedenti governi Berlusconi. Un governo del Premier, il primo della storia repubblicana. Il popolo desidera soprattutto che sia un governo capace di cambiare il paese ed affrontare la crisi economica e sociale che lo attanaglia. Un governo che decida, che governi, che sia un grado di darsi una gerarchia e una agenda politica e che la detti al mondo della informazione e che non la subisca, capace di modificare in fretta anche il forte pregiudizio che permane nell’opinione pubblica e nei media internazionali.
Dall’altra parte del campo la sinistra come l’abbiamo conosciuta fino a ieri non esiste più. Il Pd di Veltroni appare altro sia dalle moderne socialdemocrazie, sia dagli storici eredi dei partiti socialisti europei o del Labour inglese. Persegue una via maggioritaria e autonoma priva di una forte identità politica, in vista di future rivincite, e si appresta a costruire insieme al governo una stagione costituente per dare forma “legale” al nascente bipartitismo italiano. Eppure al suo interno già ci si interroga se la strada tracciata da Veltroni oltre la sconfitta sia quella giusta. Dopo l’esito elettorale il dubbio di aver escluso la sinistra radicale e i socialisti diviene un tarlo per un area consistente del partito che deriva la sua storia politica direttamente dal PCI di Berlinguer. D’Alema e Bersani in testa ragionano su nuovi cartelli elettorali, su nuovi fronti comuni da contrapporre al “nemico” Berlusconi e alla sua creatura politica, in vista sia degli appuntamenti imminenti (europee del 2009 e regionali del 2010) sia per quelli più lontani (politiche 2013).
Dunque, mentre la destra costruisce passo dopo passo una sua nuova e credibile identità complessiva anche se multiforme e a volte ancora contraddittoria, dandosi però un confine identitario escludente, pari all’8% dell’elettorato che non ha votato Pd e i partiti alla sua sinistra, l’attuale opposizione appare smarrita in mezzo al guado. Tornare indietro verso la sponda di partenza, ricongiungendosi ai vecchi compagni del governo Prodi (comunisti, verdi, socialisti) oppure proseguire il viaggio verso una autosufficienza politica e programmatica (magari includendo l’area cattolica dell’Udc) che consentirà in futuro di presentarsi con maggiori chance di vittoria davanti all’elettorato con un progetto politico sempre più chiaro e omogeneo?
La sensazione è che il bipartitismo italiano nei prossimi anni sarà rappresentato da una destra meno “liberale” e più sociale,affascinata delle nuove teorie anti-globalizzazione (Alemanno e Tremonti), con un progetto meno urlato e più concreto di rafforzamento della politica fiscale a vantaggio dei territori, la cui ispirazione ai valori del PPE sarà più un richiamo di facciata che una vera identità politica. Dall’altro lato da un’area di centro-riformista, non più definibile di sinistra o di centro-sinistra, che delle idee originarie del socialismo e della socialdemocrazia europea potrà attingere sempre con più difficoltà cercando un estremo sforzo per dover far sintesi con le sue componenti “confessionali” e liberiste. A D’Alema la prospettiva che non esista più una sinistra degna di questo nome rappresenta il punto dirimente delle prossime scelte politiche del Pd. E di conseguenza sulle dinamiche del nascente bipartitismo italiano.